Contadini: elegia senza sogni per un mondo scomparso
Per millenni la maggior parte degli esseri umani ha vissuto lavorando la terra: in un modo o nell’altro, siamo tutti figli di contadini. Eppure, nel giro di pochi decenni, quel mondo è scomparso sotto i nostri occhi distratti. In Contadini Patrick Joyce, storico nato a Londra da genitori emigrati dalle campagne irlandesi, ne racconta la fine e ne restituisce la ricchezza: case, fatiche, credenze, rituali, paure, feste e rivolte, dall’Irlanda occidentale alla Galizia polacca fino al Sud d’Italia. Una grande storia europea che si intreccia alle memorie di famiglia, per ricordare chi ha sostenuto il progresso della civiltà sulle proprie affaticate spalle.
Bastano poche cifre per misurare la frattura. Tra il 1991 e il 2019 la quota della popolazione mondiale impiegata in agricoltura è scesa dal 44 al 27 per cento; in Spagna i lavoratori dei campi, quasi metà degli occupati nel 1950, oggi sono meno del 5 per cento. Per Eric Hobsbawm la morte della classe contadina è stato il mutamento più radicale del secondo Novecento, quello che ci separa per sempre dal passato. Joyce parte da qui, e da un volto: quello del cugino Seán, piccolo agricoltore della Joyce Country, fotografato nel 1972 da Josef Koudelka in ginocchio sulla vetta del Croagh Patrick, la montagna irlandese meta di pellegrinaggio. La sua vita coincide con gli anni in cui l’Europa contadina si è dissolta.
Il libro procede in tre tempi. Prima la scomparsa, e una domanda solo all'apparenza semplice: chi sono i contadini? Una classe inchiodata all'ultimo gradino, che però regge l'intero edificio sociale, paga ingenti tasse allo stato centrale, fornisce i soldati per combattere guerre di cui spesso non conosce neppure la storia. Joyce segue la parola fin dentro gli insulti di mezza Europa, dal "cafone" italiano al polacco chłopi, che discende dal termine usato per gli schiavi. Mostra poi come disprezzo e idealizzazione, il villano rozzo e il saggio custode dell'autentico, siano due modi opposti di non guardare davvero.
Poi i mondi scomparsi: la casa con il fuoco al centro, il matrimonio polacco come una commedia in sette atti, le buone maniere a tavola, le creature fatate irlandesi e gli spiriti slavi, l'allodola che durante il temporale può sbirciare in paradiso. È un universo in cui la terra si offende per i delitti commessi sulla sua faccia, le parole hanno un peso quasi fisico e alle api si annuncia la morte del padrone di casa. E ancora la fede vissuta, dai pellegrinaggi slovacchi alle tarantate di Galatina studiate da Ernesto de Martino, fino alla sofferenza quotidiana: la fame prima del raccolto, l'incubo dell'affitto, la povertà che in Bretagna chiamavano "il diavolo nel portamonete". Quando la misura è colma arriva la rivolta, come in Galizia nel 1846, quando i servi guidati da Jakub Szela assaltarono le dimore dei nobili: una pagina ancora rimossa dalla memoria polacca.
Nell'ultima parte Joyce si chiede come i contadini ricordino se stessi e come li ricordiamo noi. Racconta gli anziani dei kolchoz bielorussi, che vivono la fattoria collettiva come un nuovo servaggio, le lunghe chiacchiere notturne del Donegal e la musica tradizionale. Racconta anche le sagre lucane che, tra devozione e turismo, rimettono in scena il mondo di Carlo Levi, mentre nei campi del Sud i nuovi braccianti sono migranti in mano al caporalato. Lontano da ogni nostalgia, il libro mette in guardia dalla retorica del patrimonio, che consegna ai musei un passato pulito e rassicurante, senza fame, violenza e alterità. Ma sa anche riconoscere gli oggetti che, sfuggiti per caso alla distruzione, restituiscono all'improvviso la voce degli scomparsi. Il viaggio si concentra e si chiude tra l'Est polacco, la Basilicata e l'Ovest irlandese, sulle tracce di un passato che non passa ma si accumula nel presente.
Ne nasce un'opera rara, elegiaca e profonda, tradotta con grande cura da Anna Lovisolo, che intreccia etnografia, storia sociale, letteratura (Berger, Heaney, Silone, Levi) e un ricco apparato fotografico, con la voce calda di chi racconta i propri antenati. Perché riconoscere che i contadini sono parte di noi, scrive Joyce, è anche un modo per essere meno stranieri a noi stessi.